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Associazione Amici di Paola Marcadella

 

 

Home segnaliamo letture
TESTI, ARTICOLI e post SUI DISTURBI ALIMENTARI

 

 

 

 

Ecco alcune letture che aiutano a riflettere sul  Disturbo Alimentare e non solo.

Ho aggiunto anche alcune parti di blog e post che ritengo particolarmente interessanti .


La storia che segue fa parte del lavoro svolto dal centro per i DCA dell'ASL di Bari . La propongo perché è davvero avvincente e così delicata da essere stata proposta in ambito psichiatrico…anche una favola di Natale può avere una correlazione con i DCA e il suo messaggio è legato al non temere di vivere le EMOZIONI e dare loro un senso!

 

 

C’ era una volta un Capostazione.

di Francesco Bollorino

 

 

C' era una volta un Capostazione che dirigeva, da tanti anni, una piccola stazione sper­duta nel mezzo della grande pia­nura, lungo un’ importante li­nea inter­nazio­nale.

La sua vita era molto monotona, scandita dallo squil­lare crono­metrico e spaccatim­pani del cam­pa­nello che an­nunciava l’ imminente arrivo di un treno: ogni volta si fic­cava in testa il ber­retto rosso con i fregi do­rati, im­pu­gna­va la pa­letta e sotto la pensilina ne at­ten­deva l’ arrivo, bat­tendo, nervo­sa­mente, il piede sull’ im­pian­tito di matto­nelle rosse e sbirciando l’ ora per control­lare la puntua­lità del con­voglio.

In realtà più che di un arrivo si trattava di un ra­pido pas­saggio dal momento che quasi mai i treni fa­cevano so­sta alla sua sta­zione, tanto era pic­cola e poco im­por­tante: c’ era il po­stale delle 5 e 03, che la­sciava i gior­nali e scam­biava la corri­spon­denza e un po’ di mercanzia con quell’ avamposto sper­duto della civiltà mecca­nica; c’ era il di­retto delle 6 e 27 che portava al la­voro i pendo­lari e infine il lo­cale delle 20 e 19 che li ri­por­tava in­die­tro; poi il nulla, solo noia e silen­zio, sole a picco d’ estate e nebbia fitta e neve nel lungo in­verno freddo.

Il nostro uomo viveva in un piccolo ap­par­ta­mento, messo a sua disposizione dalla am­mini­strazione delle Ferrovie, so­pra i locali della Sta­zione e river­sava, come tanti, nella vita fami­liare tutte le fru­stra­zioni della sua esi­stenza: era ira­sci­bile, scon­troso, poco di­sposto al dia­logo e ad as­se­con­dare le sem­plici esi­genze della mo­glie e dei loro due bambini.

Ogni Dicembre, essi scrivevano una compita let­tera a Babbo Natale chie­den­dogli, come tutti i bimbi del mondo, un mare di doni e pro­met­tendo, in cam­bio, stu­dio e bontà. Ma, ogni volta, non ar­ri­vava mai niente poi­ché il loro papà ben si guar­dava dall’ aprire la let­terina e dall’ andare a fare una scap­pata in città a com­perare i regali.

Accadde, però, che un’ antivigilia mentre i bam­bini erano intenti alla scrittura dell’ en­nesima inutile let­tera, tanto fe­cero e tanto dissero da obbli­gare l’ irrita­tissimo genitore a scrivere anch’ egli una lettera a quel si­gnore tanto re­calci­trante e, evi­den­temente, tanto inconten­ta­bile per ve­dere se, almeno a lui, av­rebbe dato ascolto.

Tra il lusco e il brusco il Caposta­zione si mise alla scriva­nia a com­porre una lette­rina molto strin­gata:

«Caro Babbo Natale, - scrisse - tu non esisti, ma nella vita sarebbe bello poter so­gnare: fammi cambiare vita, dammi un po’ di fe­li­cità!».

Richiuse la lettera e la pose ac­canto a quella dei figli, fi­nal­mente sod­di­sfatti, sopra il ca­minetto.

La vigilia, alzandosi come sempre di buon’ ora per il po­stale delle 5 e 03, passò prima in sala per prendere le let­tere e di­strug­gerle, come aveva sempre fatto al fine di si­mulare il pas­sag­gio del mes­saggero di Babbo Na­tale, ma, strana­mente, non le trovò.

«Le avrà ritirate mia moglie» - si disse, con un’ al­zata di spalle.

Arrivò la notte di Natale: l’ uomo se ne stava, an­noiato accanto alla stufa, al suo po­sto di co­mando ad atten­dere l’ ultimo pas­saggio della notte, il ra­pido della 1 e 57, qu­ando all’ im­prov­viso il cam­pa­nello co­minciò a tril­lare in­ter­rom­pendo il si­len­zio ovat­tato e sonnolento di quella notte di neve.

Il Capostazione trasse dal panciotto il suo ci­pol­lone: ci do­veva essere un er­rore, non c’ era a quell’ ora in pre­vi­sione nes­sun arrivo di con­vo­gli; un po’ preoccu­pato si in­filò il cap­potto, si ficcò in testa il cap­pello rosso e uscì all’ aperto a at­ten­dere, in un val­zer di fiocchi di neve, l’ ar­rivo di quel treno fuori ora­rio.

Si udì un fischio nella notte e, in lonta­nanza, si vi­dero due fari fendere la tor­menta.

Tra lo stridore dei freni e lo sferragliare degli stan­tuffi il treno si fermò sotto la pensilina.

Il Capostazione restò a bocca aperta a os­ser­vare la scena, non aveva mai vi­sto una cosa del ge­nere: il con­voglio era formato da una vecchia lo­co­mo­tiva a va­pore con un solo va­gone attac­cato, ma, anziché spor­chi e con­sunti, i due vei­coli ri­splen­de­vano come se fossero appena usciti dalla fab­brica e, per giunta, non avevano i tipici co­lori ano­nimi dei treni, sem­bra­vano......erano com­ple­ta­mente verniciati di uno sma­gliante rosso ver­mi­glio.

Tra dense nuvole di vapore si spalancò il por­tello della car­rozza e un’ ombra si pre­ci­pitò giù, an­dando a strin­gere tra le brac­cia l’ uomo an­ni­chi­lito.

Egli si sottrasse all’ abbraccio e inqu­adrò l’ uomo che l’ aveva così vigo­ro­sa­mente stretto a sé: il ve­stito era rosso vivo, la barba era can­dida, la fi­gura pacifica e cor­pulenta : as­solu­ta­mente im­pos­sibile.

«Evidentemente sto sognando» - disse il Ca­po­sta­zione.

«Pizzicati, pizzicati, così vedrai che non stai dor­mendo» - gli ri­spose, ridendo, Babbo Na­tale.

«Tu non esisti, tu sei solo nella fantasia dei bam­bini!».

«In effetti, la maggior parte delle volte vengo egre­gia­mente sosti­tuito dalle mamme e dai papà; ma, quando si tratta di cose molto im­por­tanti, in­tervengo di per­sona. Sai, ho una sola notte all’ anno per fare il mio la­voro e devo scegliere con ocula­tezza.».

«Quale diamine sarebbe la questione im­por­tante che ti ha fatto fer­mare qui?Hai forse bi­so­gno di carbone o di acqua per la cal­daia, per giungere al più presto alla tua de­sti­na­zione?».

«La mia destinazione sei tu.».

«Io?Cosa ho io di importante: vivo la mia vita, non faccio del male a nes­suno, a nes­suno im­porta di me e di nes­suno ho no­stal­gia.».

«Ma non hai la felicità! Me lo hai scritto e sono ve­nuto a esaudire il tuo desi­de­rio.».

«Vuoi dire che mi renderai felice, Vec­chio?».

«Certo che sì: troverai la tua felicità dentro la sta­zione quando sarò par­tito!» - ri­spose Babbo Na­tale, che subito dopo lo riabbrac­ciò con dolce vio­lenza e, risa­lito sul treno, ri­partì, tra sbuffi e sus­sulti, urlando dal fi­ne­strino:

«Scusa se non posso fermarmi di più, ma ho an­cora al­cune con­se­gne da fare!».

Il silenzio della notte riprese ben presto pos­sesso della sta­zion­cina e l’ uomo, an­cora con­fuso, rien­trò lenta­mente al co­perto.

Accanto alle leve del pannello di con­trollo, il­lu­mi­nato dalle luci di al­larme e di se­gnale, il Ca­po­sta­zione trovò un grosso sacco di iuta, pieno di sca­tole e, ap­poggiato al suo seggio­lone di co­mando, un ve­stito rosso da Babbo Na­tale, un cap­puccio col pon­pon di lana bianca, una grande barba bianca con tanto di ela­stico.

L’ uomo guardò perplesso e un po’ stiz­zito tutto quell’ arma­men­tario:

«Cosa ha a che fare questa roba con la mia fe­li­cità?» - si do­mandò.

Poi , preso dalla curiosità, provò davanti allo spec­chio il cappuc­cio e la barba finta, fece due smor­fie e obiet­tiva­mente trovò che non stava male, si infilò i pan­ta­loni e la giubba rossa: sic­come erano piut­tosto ampi («Dannato vec­chio, pensi che al mondo esi­sta soltanto la tua ta­glia!»), si aggiunse in vita un cu­scino, dette due ro­buste manate al pan­cione e in tutta sin­cerità si piac­que as­sai.

Allargò l’ apertura del sacco di iuta e tra pac­chi e pac­chetti avvolti in luccicante carta da regalo trovò un cam­panac­cio; lo impu­gnò e messosi il sacco in spalla, col cuore ai piedi, prese a salire le scale che condu­ce­vano al suo apparta­mento, scam­panel­lando all’ im­paz­zata.

I bambini e la moglie scesero dal letto, sve­gliati di so­prassalto da quel fra­stuono, e ri­masero a bocca aperta a vedere, in sala, Babbo Natale di­sporre can­ticchiando i re­gali sotto l’ albero e poi to­gliersi il cap­puccio, la barba, il cu­scino e l’ abito; la mo­glie e i bam­bini, stro­piccian­dosi gli occhi , rima­sero an­cor più a bocca aperta a ve­dere il Capo­sta­zione cor­rere verso loro ad ab­brac­ciarli ri­dendo e pian­gendo come non aveva mai fatto in vita sua.

 

 

La storia della lumachina

autrice: Alice Schiavo


Questo testo risulta utile anche per parlare al cuore di chi non è più piccolo fuori, ma soffre di problemi legati alla sfera dei DCA in senso lato. Il libro, scritto da Alice Schiavo, è, per la sua immediatezza, incisività e semplicità una delle migliori storie esistenti ad oggi sui DCA.Data la sua lievità, che non è superficialità, ma bensì un modo di raccontare adatto a tutti, risulta essere particolarmente indicato per un utilizzo di prevenzione nella scuola d'infanzia e primaria, laddove bisogna approcciarsi ai bambini con un linguaggio adatto a loro, in termini e contenuti. 
".... nacque un giorno una lumachina che però era senza la sua casina, sì, perchè proprio non ce l’aveva sul suo groppone. Era libera. È vero, ma libera a, per, di tutto. Ciò significa che molte cose potevano farle male, arrecarle dolore e minacciare la sua incolumità,infatti così non aveva proprio protezione." ....

 

 

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Ugo e il nome delle vie
autori: Monika Feth e Antoni Boratynki

 

Questa è la storia di Ugo: uno che di mestiere deve tenere puliti i nomi delle vie scritti sulle apposite targhe. Via Dante, via Pascoli, piazza Carducci, viale Verdi, via Mozart, vicolo Puccini . . .

Nel quartiere in cui lavora le vie sono intitolate a poeti e musicisti.
A Ugo piace molto il suo lavoro ed è il miglior lava-nomi della città.
Ma la storia di Ugo è anche una meravigliosa avventura: a partire da quei nomi che ogni giorno si trova sotto il naso, prenderà forma per lui un grande cambiamento. …

 

 

 

 

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Bello e brutto 
autori: Brigitte Labbè e Michel Puech



" ... quando ci si sente amati, apprezzati, ammirati, allora, ci si sente anche belli...." Lo sappiamo bene: la bellezza non ha niente a che vedere con la bontà e la bruttezza con la cattiveria.

Ma allora, quando qualcuno fa una cosa buona perché si dice sempre che ha fatto un bel gesto?

E quando qualcuno fa una cosa cattiva, perché diciamo sempre che ha fatto una cosa brutta, qualcosa di disgustoso e che lui stesso è una brutta persona?

 

 

 

 

 

 

 

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Pesante come una libellula
autrice: Antonella Panini


 

 

 

Angela è una ragazza di 15 anni che non si piace e vorrebbe diventare pesante come una libellula sperando, in questo modo di piacere di più a sé e quindi anche agli altri. Il rapporto con i genitori non è dei migliori, in particolare il rapporto con la madre, sicura di sé e bella, che Angela vede come rivale. Inizia, così, a odiare il suo corpo e a volerlo più magro. La sua diventa una sfida e la bilancia la sua ossessione. Cerca di tenere nascosta questa sua scelta; solo al diario affida tutto il suo disagio, la sua sofferenza e... i suoi pericolosi traguardi.

Alla fine tutti si accorgono che Angela sta male, che non è più lei, è ridotta a 27 chili e allora resta solo la clinica. Lì si accorgerà di essere amata; li, rischiando la vita, si accorgerà di quanto a lei interessi vivere e di quanto poco interessi il suo look a chi le vuol bene, compreso Alberto, che le darà il diario da leggere e le permetterà, così, di scoprire il suo affetto per lei.

L'amore dei genitori, degli insegnanti e di Alberto le restituiranno sicurezza in sé stessa e potrà così recuperare l'autostima necessaria per riprendersi la sua vita, ancora tutta da vivere! Terzo libro per "Strettamente Personale", la collana Paoline che racconta vicende paradigmatiche del mondo giovanile, con un linguaggio in cui gli adolescenti possano riconoscersi.

 

 

 

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E chi l'ha detto che per essere belle bisogna soffrire?
autore: Kaz Cooke


Basta con le diete eccessive e con l'ossessione di non essere perfette! Un aiuto a scoprire che l'importante non è avere un chilo di troppo o forme da top-model ma conoscere le basi dell'alimentazione per nutrirsi in modo sano, fare movimento e imparare a capire le caratteristiche del proprio corpo.
Un modo facile e pratico per diventare persone consapevoli del proprio aspetto e con una buone dose di stima personale.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quando il tuo corpo non ti piace
autrice: Katy Bowen-woodward


 

 

 

 

l rapporto col proprio corpo riveste un ruolo importante in tutte le fasi della vita, ma diventa strategico durante l'adolescenza, fase ricca di cambiamenti destinati a lasciare un segno nella storia personale.

Questo libro si rivolge alle più giovani, ma interessa donne di ogni età e non disdegna qualche incursione nel mondo dei maschi; corredato di esercizi utili a scoprire l'influenza dei diversi modelli mentali sulla costruzione del sé, esso presenta storie di ragazze che vedono nel proprio corpo la chiave del proprio successo. Smarrendo la capacità di guardare a se stesse in modo oggettivo, esse non si accontenteranno mai di come sono, e rincorreranno per tutta la vita, senza fortuna, un modello inarrivabile e innaturale.

L'autrice, specializzata nel trattamento di pazienti bulimiche e anoressiche, propone un metodo semplice ed efficace per far fronte ad un corpo non da "top model": guardare alla propria identità come ad una banca dell'autostima, nella quale sono aperti tanti conti diversi (di se stesse come figlie, madri, amiche, studentesse, amanti dello sport, e così via): se anche qualche conto è in rosso, non per questo siamo al fallimento.

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Alessandra Arachi

Briciole

 

E' difficile credere all'anoressia mentale. Chi la osserva da fuori non concepisce che il cibo possa diventare un nemico così, all'improvviso, apparentemente senza motivi.

Chi la vive non riesce più a capire come le persone possano mangiare senza problemi, senza l'ansia, senza l'angoscia. L'esistenza della protagonista di questo racconto parzialmente autobiografico si riduce un po' alla volta "in briciole". Si tiene in vita con pillole che anticipano l'alimentazione del futuro oppure alternando mangiate che la fanno star male a digiuni inflessibili.

Ma sarà proprio una briciola di emozione, la riscoperta dei sentimenti, a ribaltarla e salvarle la vita.

 

 

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"Il delfino" di Sergio Bambaren


Nelle acque blu dell’oceano un branco di delfini si prepara alla pesca quotidiana.

Uno di loro si allontana per giocare con le onde della barriera corallina. È Daniel Alexander Dolphin, il grande sognatore. “Sei un perdigiorno”, gli rinfacciano i suoi compagni. “Sei un sognatore”, lo incoraggia il mare. Tuffo dopo tuffo, Daniel Alexander Dolphin impara ad ascoltare quella voce che solo lui sente e quando arriva il momento, il suo momento, non ha dubbi. Qualcosa al di là della barriera corallina – il limite delle acque sicure per tutti i delfini del suo atollo – lo attende invitandolo al salto che cambierà per sempre la sua vita. Preso il largo con slancio, scoprirà cose che non si vedono con gli occhi, ma con il cuore.

Quale sorpresa quando scopre di non essere solo! Creature sconosciute, messaggere di sublime saggezza, lo guideranno all’appuntamento con l’onda perfetta.

Dall’autore-rivelazione australiano una storia di coraggio, solidarietà e speranza, una perla strappata ai segreti del mare, un dono che lo scrittore intende fare a coloro che sanno esplorare con il cuore la magia che si cela dietro l’apparenza delle cose.

Lasciamoci dunque trasportare in questo viaggio d’iniziazione seguendo i sentieri del sogno che portano alla verità.

 

 

Tutto il pane del mondo” di Fabiola De Clercq

 

 

Fabiola De Clercq nel  1991 scrive e pubblica “Tutto il pane del mondo” che sarà d’aiuto a molti giovani per trovare un punto d’inizio per la propria guarigione. Contemporaneamente apre il primo centro ABA “Associazione per lo studio e la ricerca sull’Anoressia, la Bulimia e i disordini alimentari” con sede a Roma e successivamente verrà aperto un secondo centro a Milano, dove tutt’ora Fabiola vive.

 

 

 

 

 

Se mi trovassi di fronte una persona totalmente estranea al mondo dei DCA

e questa mi chiedesse di spiegarle cosa vuol dire avere un disturbo alimentare,

come potrei farlo?


 

Questo post è  di  ANJA che propone una specie di mini guida ai DCA per chi volesse qualcosa di semplice e rapido da leggere .

 

Cosa è un DCA? Un disordine del comportamento alimentare (DCA) è un disturbo psichico che si manifesta nel rapporto con il cibo.Il disturbo alimentare non è un’allergia né un’intolleranza (ho ritenuto necessario precisarlo dopo aver letto alcune esilaranti domande su yahoo answer, per esempio di chi non riuscendo più a digerire le carote,si interrogava sulla presenza di un DCA). Normalmente una persona vede il cibo come nutrimento e piacere e si rapporta ad esso in tal senso. Mangia quando è affamata, smette di farlo quando è sazia, si nutre in base a ciò di cui ha bisogno e a ciò che soddisfa i suoi gusti. In una persona malata di DCA il rapporto con il cibo diventa invece ciò in cui si manifesta un disagio interiore, per cui la persona non risponde più in modo naturale agli stimoli di fame/sazietà, non segue più il proprio corpo ma la propria mente nel rapportarsi all’alimentazione, che assume un significato diverso da quello del semplice nutrimento e diventa un modo per esprimere un sentire interiore.

 

- Tipologie:  le principali sono tre, ossia Anoressia, Bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata (Binge Eating Disorder/BED). Banalmente, una persona anoressica rifiuta il cibo, una bulimica cerca di espellerlo dopo averlo assimilato tramite vomito autoindotto, lassativi etc, una persona affetta da BED assume quantità oggettivamente smisurate di cibo senza metodi compensatori. Queste categorie non sono assolutamente rigide, per cui è possibile oscillare da una tipologia all’altra. Esiste chi sperimenta unicamente, per esempio, l’anoressia,così come chi, a seconda dei periodi, vive tutte e tre le tipologie. Ciò che indica la presenza di una tipologia piuttosto che di un’altra non è tanto il peso corporeo, ma il comportamento della persona. È indiscutibile che l’anoressia sia associata spesso ad un sottopeso ed il BED ad un sovrappeso, ma ciascuna tipologia può riscontrarsi in un corpo di qualsiasi peso. Spesso si tende a sottovalutare il disturbo alimentare di una persona perché all’apparenza essa presenta un corpo normopeso, è importante quindi sottolineare che i disturbi alimentari sono in primis disturbi della mente.

 

- Chi si ammala: possono ammalarsi persone di entrambi i sessi e di diverse età. Solitamente i disturbi alimentari colpiscono le donne nel periodo adolescenziale, ma non si deve fare l’errore di considerarli dei disturbi legati alla crescita. I DCA sono infatti anche molto diffusi negli adulti.

 

- Perché ci si ammala: le cause sono molteplici, variano da persona a persona in base a cultura/carattere/esperienza di vita/famiglia e restano ancora in parte misteriose. Posso però affermare quali NON sono le cause: non ci si ammala a causa delle riviste di moda, non ci si ammala a causa della vista della magrezza delle modelle, non ci si ammala perché si visitano siti che incitano all’anoressia/bulimia(siti che incitano al BED non credo possano esistere). Certo è possibile che questi fattori diano una sorta di impulso alla malattia, ma questo avviene quando nella persona è già presente un disagio, come se si andasse ad innaffiare un seme già piantato nella terra. Solitamente la persona in questione ha una bassa autostima, la sensazione di non sentirsi mai abbastanza e/o il desiderio di voler essere speciale e non mediocre, l’esigenza di controllo.

 

-Digiuno, restrizione: Digiunare e restringere l’alimentazione inizialmente possono avere come scopo la perdita di peso. Diventano delle modalità di controllo, non essendo in grado di gestire le proprie emozioni e la realtà circostante si gestisce la propria alimentazione. Il digiuno e la restrizione danno un apparente senso di benessere, fanno sentire forti, potenti, euforici e speciali. Se anche inizialmente possono essere delle scelte razionali, diventa poi un comportamento abituale e spontaneo, tanto da risultare molto difficile interromperlo. La persona sente di non poter fare altro se non digiunare/restringere, nonostante razionalmente sappia sia sbagliato farlo.

 

-Abbuffata: Abbuffarsi vuol dire ingerire del cibo non previsto dal proprio regime alimentare. Un’abbuffata può essere oggettiva, nel senso che oggettivamente la persona ha mangiato quantità di cibo che una persona sana non mangerebbe nella stessa quantità di tempo, o soggettiva, nel senso che la persona in questione è convinta di aver mangiato una grande quantità di cibo rispetto a come si alimenta di solito. Esempio: Ab. Oggettiva: in un solo pasto due pizze, un pacchetto di biscotti, mezzo chilo di pasta, due coppe di gelato. Ab. Soggettiva: due mele e una pesca dopo un pasto quando si è abituati ad una mela sola. In ogni caso le abbuffate sono caratterizzate da perdita di controllo, per cui una persona è come in preda ad un impulso irrazionale. Deve abbuffarsi, ha bisogno di farlo. Può capitare che l’abbuffata sia programmata,per esempio quando nel momento in cui sopraggiunge questa esigenza ma la persona non può soddisfarla nell’immediato, essa progetta in anticipo quando e cosa mangiare nei minimi dettagli. L’abbuffata elimina il disagio che la precede mentre è in atto, per poi aumentarlo aggiungendogli un forte senso di colpa e vergogna nel momento in cui è terminata.

 

- Cibo proibito/consentito: una persona malata di DCA solitamente classifica il cibo in proibito, ossia alimenti che non possono essere mangiati perché considerati ipercalorici, e consentito, ossia alimenti con un basso contenuto di grassi e calorie. Questa classificazione è spesso basata su convinzioni erronee, per esempio la convinzione che alimenti ricchi di grassi, come l’olio d’oliva, siano sbagliati, o la demonizzazione dei carboidrati complessi come pasta, pane &co. Un alimento consentito, al di là dei suoi valori nutrizionali, è quello che non provoca disagio e sensi di colpa, che fa sentire di avere il controllo, un alimento proibito è l’esatto contrario. Le abbuffate nella bulimia e nel BED solitamente comprendono gli alimenti proibiti e può capitare che assumere una piccola quantità di tale alimento scateni l’impulso ad abbuffarsi.

 

- Corpo: tutte le persone hanno un rapporto a volte controverso con il proprio corpo, non si deve necessariamente soffrire di un disturbo alimentare per non riuscire ad accettarlo. Detta questa piccola premessa, chi soffre di un disturbo alimentare spesso non accetta il proprio corpo e si sente a disagio con esso. Anoressia, Bulimia e BED hanno in comune l’idealizzazione della magrezza, la volontà di avere un corpo magro. È importante sottolineare che non si tratta necessariamente di una questione estetica, è estremamente superficiale affermare che chi ha un DCA vuole essere bello. Considerare un disturbo alimentare come una sorta di dieta mirata a modellare il proprio corpo per rientrare nei correnti canoni di bellezza, vuol dire minimizzarlo. I DCA sono disturbi estremamente seri per i quali si può morire, non dei semplici capricci di ragazzine che aspirano a diventare modelle come l’immaginario comune spesso li considera.

 

- La bilancia: Solitamente chi soffre di DCA da grande importanza al numero riportato dalla bilancia, che conferma il successo e dichiara l’insuccesso, da sicurezza ed euforia, così come mette agitazione e timore. Nonostante questa idealizzazione del peso corporeo è importante capire che chi soffre di disturbi dell’alimentazione non è semplicemente una persona ossessionata con la bilancia, poiché dietro a questo bisogno di controllare ossessivamente il proprio peso si nasconde un disagio psicologico. Io, ad esempio, ho avuto diversi periodi di anoressia, e negli ultimi non ho mai toccato la bilancia. Per me era solo importante continuare a restringere e digiunare, sentire le ossa sempre più sporgenti, non mi interessava sapere quale fosse il mio peso. Questo per far capire che non è tanto una questione di numeri, di aspetto esteriore, ma si tratta di un sentire interiore, di come un determinato comportamento, anche se disturbato, come il pesarsi ossessivamente e voler a tutti i costi raggiungere un certo numero sulla bilancia, abbia in realtà un significato più profondo.

 

- Rifugio/prigione: Il disturbo alimentare diventa per chi ne soffre una prigione ed un rifugio,una barriera che tiene lontani dalla realtà e uno scudo che protegge da essa. Il disturbo alimentare spesso arriva a caratterizzare la persona, a darle la sua identità ed individualità,questo soprattutto se ci si è ammalati durante il periodo della crescita e se il disturbo continua per molti anni. Diventa così difficile liberarsene, poiché il DCA è tutto ciò che si conosce. I comportamenti disturbati diventano normalità, una normalità di cui ci si vergogna e che è spesso odiata, ma pur sempre una situazione a cui si è abituati e che si è capaci di gestire. Le emozioni ed il disagio vengono espressi nel rapporto con il cibo e con il corpo, al punto che diventa difficile per la persona stessa comprendere cosa sta provando e perché lo sta provando. Un disturbo alimentare è isolamento, dalla realtà, dagli altri e da se stessi.

 

 

 

 

 

Cosa dire e cosa non dire a una persona che ha un Disturbo Alimentare

 

Questo post è di Veggie ed è rivolto soprattutto a genitori, parenti, amici, conoscenti, chiunque abbia a che fare con una persona affetta da anoressia/bulimia/binge/DCAnas….Mi è capitato di sentir dire: "Ah, sei anoressica?  Anch'io ho avuto un periodo in cui ho fatto una dieta perchè volevo dimagrire"... e chi c'è passato ovviamente capisce che si tratta di tutt'altra cosa. Provare a fare una dieta è un qualcosa che moltissime persone fanno, ma questo non significa che, automaticamente, si ammalino di anoressia.

Veggie ha  pensato di fare una lista di quelle che, secondo lei, sono cose che potrebbe essere utile o meno dire ad una persona che sta combattendo contro un DCA.

 

1 - Cosa dire: "Non sei sola. Se hai voglia di parlarne, io sono qui per te"

In questo modo la persona non viene messa alle strette nel dover necessariamente dire qualcosa, ma sa che, in qualsiasi momento dovesse averne bisogno, ha qualcuno su cui poter contare.

Cosa NON dire: "C'è sempre qualcuno che sta peggio di te"

E' ovvio che sia così. Ma il fatto che qualcuno stia peggio di noi, non significa comunque che noi non stiamo male, o che il nostro male ha meno valore di quello altrui... perchè non è una gara a chi sta peggio, quando si sta male si sta male e basta.

 

2 - Cosa dire: "Continua a combattere: per me è importante che tu lo faccia, perchè tu per me sei importante"

Sapere di avere il supporto di chi ci sta vicino può essere una buona spinta per rinsaldare la motivazione in una battaglia che è sicuramente dura e difficile.

Cosa NON dire: "Guarda che la vita non è facile per nessuno"

Appunto... grazie, Capitan Ovvio. Perciò, perchè complicare la vita di una persona che sta già combattendo una battaglia così ardua con commenti del genere, che magari vorrebbero provocare/spronare, ma servono solo a sortire l'effetto opposto?!

 

3 - Cosa dire: "Pensi che io possa esserti d'aiuto in qualche modo?"

Quasi sicuramente la persona anoressica/bulimica risponderà di no. In un certo senso è vero, perchè siamo solo noi a poter salvare noi stesse. Però fa sempre piacere sapere che ci sarebbe qualcuno disposto a dare una mano.

Cosa non dire: "Smettila di piangerti addosso"

Okay, c'è chi si piange addosso, e questa non è certamente una cosa utile, anzi. Ma una frase così non aiuta. Piuttosto che limitarsi a lanciare lì la critica distruttiva, sarebbe opportuno aggiungere consigli relativi al come fare a smettere di tenere un atteggiamento autocommiserante, così la critica diventa costruttiva ed utile.

 

4 - Cosa dire: "Lo so che l'anoressia/la bulimia è una malattia. Non sei matta"

Perchè è la verità. Anoressia e bulimia sono malattie psichiatriche anche molto gravi (basti pensare a tutti i danni fisici che comportano come conseguenze, e all’alto tasso di suicidi ad esse correlato...), e come tali devono essere trattate ed affrontate.

Cosa NON dire: "Smettila di fare i capricci, cosa ti costa mangiare un po' di più?"

Costa. Costa molto più di quello che chi non c'è passato potrà mai immaginare. Non per quello che è, ma per quello che rappresenta. Il problema non è la quantità di cibo, il problema è la sensazione di perdita di controllo che arriva quando non possiamo più autonomamente decidere cosa e quanto mangiare. E, tra parentesi, i DCA non sono un capriccio: vedi sopra, sono malattie.

 

5 - Cosa dire: "Ce la puoi fare a stare meglio, non arrenderti"

Perchè combattere è già una vittoria... e avere qualcuno che crede nella nostra possibilità di farcela è un buon incentivo.

Cosa NON dire: "Prova a non vomitare"/"Prova a mangiare normalmente"

Se fosse così facile, non ci sarebbero tante persone bulimiche e anoressiche al mondo, vi pare?!

 

6 - Cosa dire: "Non permettere all'anoressia/alla bulimia di avere la meglio su di te. Per quanto possa essere difficile, se t'impegni quotidianamente hai concretamente la possibilità di poter stare meglio"

Poichè noi possiamo davvero essere le fautrici del nostro cambiamento, se ce la mettiamo tutta per. Cosa NON dire: "E' colpa tua, chi è causa del suo mal pianga se stessa"

E' vero, si sceglie un sintomo, ma non si sceglie una malattia. Quando si entra in un DCA siamo per lo più inconsapevoli dei danni fisici e mentali che esso ci comporterà. Non si sceglie mai un male sapendolo tale, ma solo se per sbaglio lo si considera un bene rispetto a qualcos'altro che viene percepito come un male maggiore. E dunque non ha senso parlare di colpe, è una perdita di tempo: impieghiamo costruttivamente quel tempo per trovare soluzioni.

 

7 - Cosa dire: "So che non posso capire quello che stai passando, ma cercherò di fare del mio meglio per riuscire a comprendere"

Per capire bisogna aver vissuto. Per comprendere basta un po' d'ascolto e di empatia. Piccole cose, che pure possono fare tantissimo.

Cosa NON dire: "Credimi, lo so come ti senti. Anch'io a volte sono insoddisfatta del mio aspetto fisico"

Il fatto è che l'insoddisfazione di chi ha un DCA è molto più un'insoddisfazione interiore che esteriore, è del tipo "non mi piaccio come persona, non valgo niente", solo successivamente si riflette sul corpo. E, no, se non ci siete passati non lo potete capire: dire una cosa del genere può portare l'altra persona a pensare che pecchiate di presunzione, e quindi a mettervi muro ancora di più.

 

8 - Cosa dire: "Non ti lascerò sola in questo"

Perchè c'è sempre bisogno di supporto esterno, facilita almeno un pochino le cose, sebbene poi sia ovvio che l'impegno a combattere dev'essere il nostro.

Cosa NON dire: "Ti rendi conto di quanto ci fai stare male con la tua anoressia/bulimia?!!"

E voi vi rendete conto di quanto sta soffrendo la ragazza anoressica/bulimica??!...

 

9 - Cosa dire: "Ti voglio bene"

E ho già detto tutto.

Cosa NON dire: "Lo fai solo per attirare l'attenzione"

Non è così. Perchè è vero, paradossalmente più una dimagrisce più viene guardata. Ma essere guardata non significa essere vista. Questo lo si sa bene anche noi. Non lo si fa per attirare l'attenzione, è solo un modo sbagliato per cercare di stare meglio con noi stesse.

 

10 - Cosa dire: "Mi dispiace per quello che stai passando. Non posso capirlo, ma posso starti vicino. Non devi sentirti in colpa, so che stai male. E farò quello che mi sarà possibile per esserci sempre per te".

Perchè a volte c'è solo bisogno di questo. Di una mano tesa. Di qualcuno che dica che andrà tutto bene.

Cosa NON dire: "Hai provato un ricostituente? Un integratore vitaminico?"

Hai provato ad accendere il cervello prima di aprire quel buco dentato?