ONLUS
Associazione Amici di Paola Marcadella

 

 

TESTIMONIANZE

 

 

 

Queste  sono alcune testimonianze di persone che hanno sofferto di un DCA: spero che  siano uno spunto di riflessione sul disturbo alimentare e  su ciò che esso rappresenta.

 

Sara

La testimonianza di Sara è un esempio di come con coraggio, determinazione e "voglia di volersi" bene si possa riuscire a tornare a Vivere senza l'ausilio della malattia e si senta il desiderio di dirlo al mondo intero perchè ci si rende conto che, se anche pochi mesi prima una risalita del genere sembrava impossibile, SI PUO' FARE!

Sono Sara, una giovane ragazza di 19 anni di Forlì, in Emilia-Romagna.

Curiosando per internet mi sono imbattuta nel suo blog e in particolare in queste pagine:

http://blog.libero.it/bulimiadivivere/commenti.php?msgid=7470935&id=83097#comments

http://blog.libero.it/bulimiadivivere/commenti.php?msgid=6888970&id=83097#comments

Non ho parole...mi sono abbandonata alle lacrime..lacrime di gioia, lacrime consolatorie per un errore che anche io ho fatto, un anno fa..già..ci sono cascata anche io in quel turbine che ti cambia, che ti fa odiare il cibo di cui ti sei sempre nutrita, che ti fa odiare il corpo e amarlo più cambia, più diventa magro e diverso da quello che é sempre stato.

Un anno orribile della mia vita, che ha messo tutto in discussione..la mia vita, la mia salute, il rapporto con i miei amici, con la mia famiglia, quella famiglia, quella mamma che il 22 di dicembre mi salvò la vita portandomi di forza a fare le ennesime analisi del sangue...22 ore dopo sarei stata ricoverata di urgenza all'ospedale...il fegato era completamente in disfacimento, un fegato che ha cercato di sostenermi fino all'ultimo, fino all'ultimo....poi anche lui a dovuto cedere....referto medico "Transaminasi 262" (i valori di riferimento sono 0 - 40...puoi quindi capire la mia tragica condizione).

Sono stata salvata, sono stata miracolata.

Sarei sicuramente morta. Nel silenzio della mia camera.

Se ci ripenso ora.

Se ci ripenso ora.

Mi perdoni se mi sono azzardata a scriverle. Non l'ho mai fatto, eppure questa volta ho sentito qualcosa dentro, una voglia di scrivere ad un'anima come me, ha patito le mie stesse sensazioni, quello stesso silenzio, quello stesso vuoto.

Noi, bimbe, ragazze, donne, guarite con le ultime forze, raccolte per tornare a vivere.

La ringrazio di condividere la sua esperienza, simile alle nostre che purtroppo non potranno mai essere cancellate nè dalla nostra mente né dalla mente delle persone che ci amano, che hanno sofferto forse anche più di noi, guardandoci sparire giorno per giorno, sentendosi impotenti nell'agire, nel farci ragionare.

( dal blog  "Bulimia di vivere " di  Stefy Selvatica )

 

 

Testimonianza di Chiara

Chiara Rizzello, 37 anni, lavora come educatrice per persone disabili a Genova, dove vive con il marito e i due figli. Dal 2005 gestisce il blog e il sito Briciole di pane. È anche presidente dell’Associazione di promozione sociale Briciole di pane, chesi occupa di disturbi del comportamento alimentare (.

Ecco il racconto di come è riuscita a guarire dall’anoressia.

«Non so quanto sono arrivata a pesare, non ho più guardato la bilancia dopo aver raggiunto i 38 chili. L’anoressia è una malattia i cui effetti si vedono sul fisico , ma ad ammalarsi, prima ancora del corpo, sono la testa e l’anima: è un tentativo lento di farla finita perché non si riescono a trovare più dei motivi per vivere o si rimane spiazzati dalla propria incapacità di esistere.

Avevo 15 anni quando l’anoressia è entrata nella mia vita: ero un’adolescente che assisteva con disagio al fisiologico cambiamento del proprio corpo e delle proprie forme. Sono sempre stata una bambina magra e quella metamorfosi non sapevo accettarla: volevo tornare come prima, mi illudevo che perdendo peso sarebbe stato possibile . È stato così che ho iniziato una dieta di mia iniziativa che ben presto mi ha preso la mano: mangiavo sempre meno e dimagrivo vistosamente (

All’inizio per me l’anoressia non era un problema, bensì la soluzione: l’adolescenza, si sa, è una fase delicata della vita e della crescita e io credevo di poter risolvere i disagi tipici di questa età attraverso il controllo del cibo e del mio corpo. I problemi sono iniziati quando mi sono resa conto che non avevo più le forze per condurre la vita “normale” dei miei coetanei, ero sempre stanca per uscire, troppo debole per fare sport, non riuscivo neanche a stare in piedi: la malattia stava divorando la mia vita e io avevo perso il controllo delle mie forze, del mio fisico, della mia esistenza.

Per fortuna i miei genitori si sono accorti presto che c’era qualcosa che non andava: era il 1990 e il problema dell’anoressia non era sentito come ora, ma mia madre e mio padre sono riusciti a trovare dei bravi specialisti. Sono stata sottoposta a cure sia dal punto di vista fisico che psicologico. In questo mio viaggio di rinascita sono state fondamentali le sedute con lo psichiatra: lui purtroppo non c’è più, ma mi ha fornito gli strumenti giusti per trovare la via per guarire.

Per vincere l’anoressia sono necessari vari ingredienti: oltre alla guida di vari professionisti, servono la convinzione personale, la voglia di farcela, gli amici e soprattutto la famiglia. Sono figlia unica e i rapporti con i miei genitori sono sempre stati improntati all’amore, sebbene una delle cause dell’anoressia possa essere radicata proprio nel rapporto con mamma e papà. Nel mio caso, il mio percorso di guarigione ha messo in luce che c’erano dei problemi familiari, ma che non erano stati la causa dello scatenarsi del mio disagio fisico e psichico. I miei mi sono rimasti vicini e si sono impegnati per modificare delle abitudini che in qualche modo potevano aver contribuito ad aumentare il mio malessere interiore.

Ora, a distanza di oltre vent’anni, sono guarita: non cerco più di risolvere i miei problemi attraverso il rapporto con il cibo. Dal 1992 ho riconquistato un peso normale e non mi hanno destabilizzato neanche le gravidanze o i problemi inevitabili che ci sono stati nella mia vita. Credo che il percorso di rinascita debba iniziare con una richiesta di aiuto e la consapevolezza di non potercela fare da soli. Con la mia esperienza, vorrei essere la testimonianza che guarire dall’anoressia, così come da altri disturbi alimentari, è possibile, ma è un cammino molto lungo, non lineare, con ricadute, in cui la propria identità va ricomposta. Come un puzzle andato in mille pezzi. L’importante è non mollare mai».

Chiara Rizzello, 37 anni, Genova
(testimonianza raccolta da Luigi Nocenti per
OK Salute e benessere)

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Carla

Ciao a tutti sono Carla,
è da tanto tempo che voglio scrivervi la mia testimonianza ma troppe volte non trovavo le parole…
Io rappresento l’altra faccia della medaglia: non ho vissuto l’anoressia su di me, ma ho visto questa malattia cambiare la vita di mia sorella, della mia inseparabile gemella…
L’ho vista talmente vicina, che a volte mi sembra di averla vissuta io stessa, anche se so perfettamente di non aver provato le stesse sensazioni .
Quelle poche volte che se ne parla, spesso ci si chiede come la famiglia non se ne accorga, come sia tanto cieca da non accorgersi che la propria figlia o sorella diventa piano piano uno scheletrino…ma non credete sia così facile, succede tutto all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno o meglio quando ci si accorge, spesso la malattia esiste da molto tempo e ci ritrova disarmanti di fronte ad essa.

Prima che mi colpisse così da vicino l’avevo solo sentita nominare questa malattia, questa anoressia che mi pareva essere solo la “fissa” di alcune ragazze che non hanno altro a cui pensare.
E invece non è così….è una malattia con la M, una malattia seria dalla quale non è facile guarire soprattutto perché non esistono farmaci, non esiste cura se l’interessata non vuole davvero guarire.
Eh già, la vera cura è la DETERMINAZIONE A VOLER GUARIRE, altrimenti è tutto inutile.
Quella stessa volontà di ferro che caratterizza le ragazze anoressiche, quella volontà che fino a quel momento permette a queste ragazze di resistere alla fame che le divora, deve diventare la loro forza per reagire.

Non ho vissuto l’anoressia personalmente, ma ci ho combattuto a lungo contro ed è stato davvero dura.
L’ho odiata tanto questa malattia che vedevo piano piano rubarmi la mia sorellina.
Le ha rubato la sua voglia di vivere, il suo sorriso, la sua spensieratezza…. Tutto era diventato grigio, non voleva più uscire, nulla le interessava, non si divertiva più, amici, cugini..tutto era diventato pesante.
Ed io,….non sapevo più che fare, ho cercato di starle vicina, di farle capire che cosa stava facendo, ho cercato a lungo di capirla; a volte mi sembrava di trovare l’idea giusta per capirla, per parlarle, ma subito dopo crollava tutto…

Non l’ho vissuta io l’anoressia, ma l’ho vista rubare a mia sorella 2 anni (e forse più) della sua vita, vivendo la continua sensazione disarmante d’incapacità e di rimorso per non essermi accorta prima, per aver permesso che tutto accadesse e per non riuscire a darle un aiuto.
È così, non si riesce a dar loro una mano, finchè non sono loro stesse a tendere le mano alla ricerca di un’altra.
Devono proprio voler guarire: spesso prima ci provano da sole e solo quando sono stremate dall’anoressia, quando la odiano ma vedono che da sole non riescono, quando capiscono che la soluzione sta nel chiedere aiuto, allora si incomincia a vedere uno spiraglio di sole nell’oscurità della tetra vita creata dall’anoressia.
Il vero compito di chi vive accanto a queste ragazze, di chi vuole loro bene, è continuare a dir loro che si può sconfiggere questa malattia, far loro conoscere i modi per guarire, i centri specializzati che possono aiutarle e non smettere mai di ribadire che l’anoressia è una malattia seria, con la quale si rischia davvero molto, anche la morte, ma dalla quale si può guarire, solo volendolo…è dura ma si può!!!

Da un punto di vista atletico, ho visto l’anoressia rubare a mia sorella quel trenino per la nazionale che era riuscita a prendere quasi per gioco; le ho visto rubarle quella spensieratezza con la quale entrava in gara per la voglia di divertirsi dando il massimo….ma soprattutto ho visto l’anoressia rubarle la voglia di correre per correre perché l’atletica era diventata solo un modo di sprecare…

Poi…..HA CHIESTO AIUTO e L’HA TROVATO, in un centro di Bergamo .

È stata dura ma era tutta una fatica diversa; sono stati 3 mesi lunghissimi per me e credo indimenticabili per lei.
Piano piano ho visto riaffiorare la mia E. di sempre…è stato bellissimo!…riscoprire che dopo tanto tempo c’era ancora la mia sorellina, con lo stesso sorriso, la stessa spontaneità, la stessa voglia di vivere..stupendo!il percorso non è durato solo 3 mesi, perché l’anoressia è una malattia tosta e per vincerla c’è solo un modo: essere più tosti di lei. Possono succedere delle ricadute, ma dopo una caduta si impara a rialzarsi e a non inciampare più.

Ed ora????
A distanza di qualche anno, quando vedo mia sorella correre, ripenso a tutto quello che sta dietro a quella sua falcatina leggera…alla forza di volontà e a quella sua voglia di correre che le hanno permesso di reagire all’anoressia, di non appendere le scarpette al chiodo quando al rientro in pista sono arrivate le prime “batoste”….. e mentre corre vedo il suo sguardo fisso in avanti, determinata a dare il massimo, a stupire, testimoniando, semplicemente correndo, che la vera forza sta dentro di sé ed è questa forza il segreto per vincere la gara più importante, quella della VITA, perchè la vita è spettacolare e vale proprio la pena di essere vissuta!

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Alessandra

Non è facile parlare di una malattia che sempre più si diffonde tra i giovani e sempre meno è riconosciuta come tale dai ragazzi.
Non ho vissuto l’anoressia in prima persona, ma l’ho vista aggrapparsi ai corpi di amiche che pian piano perdevano pezzi e neanche se ne accorgevano…
si dice che chi ha problemi alimentari come questi si guardi allo specchio e veda una persona diversa da quella che è…forse non è così e il problema è proprio questo…forse l’immagine riflessa è solo quella materiale, il corpo ormai solo ossa…ma cosa interessa ad una anoressica del suo corpo? nulla in fondo…quello che la tocca è ciò che sta dentro, in fondo alla pancia…quello spazio/elemento innominato che scatena le emozioni…lì non c’è più niente quando qualcuno cade nel pozzo dell’anoressia, non si prova più nulla, e probabilmente proprio la ricerca di un’emozione porta a continuare a torturarsi e a dirsi “forse domani sarò felice…”; finché la ragione ha la meglio sull’istinto, finché il pensiero riesce a sovrastare l’irrazionale…allora ci si rende conto che l’unica risposta, l’unica emozione possibile è la V.I.T.A, quella cosa che qualcuno ti ha donato e che ti rendi conto di non voler perdere così, per una manciata di Kg in più o in meno.
Ci sono milioni di circostanze o motivazioni che portano ad ammalarsi e il primo passo verso la guarigione è la presa di coscienza del fatto che si è effettivamente malati…e si può uscire da quel pozzo, che senza fondo non è.
Mi sono chiesta tante volte come avrei potuto aiutare M., che lentamente si stava spegnendo sotto i miei occhi umidi, che trattenevano le lacrime per non mostrare la mia debolezza…la verità è che non ho scelto io di fare qualcosa…la vita mi ha portata sulla strada, la strada di Villa Garda (una clinica sul lago che cura disturbi alimentari), in quel mese di luglio torrido, quando con lei ho varcato la soglia di quella che sarebbe stata la sua casa per circa sei mesi…non ho capito prima di lei quanto fosse grave e non ho paura a dire che quando ho visto la sua reazione all’idea di curarsi lì l’avrei portata via sulle mie spalle; ma ho paura a dire che spesso anche nella mia mente si è insinuata la brutta idea di smettere di mangiare…per fortuna non ho corso questo rischio e sono contenta di aver aiutato qualcuno, probabilmente senza rendermene neanche conto. La sola mia presenza l’ha convinta a restare dov’era, ad affrontare il problema e a risolverlo con coraggio.
Non mi sono mai sentita così importante per una persona, se non in quella circostanza…
e tuttavia tocca anche a me ringraziare per aver vissuto tutto questo, perché non è facile capire quanto la scalata sia difficile finché non la si vede davanti a noi o con gli occhi di una persona a cui vogliamo bene.
“Siamo quello che mangiamo” diceva un filosofo, forse già prospettando l’idea che se non mangiamo, NON SIAMO.

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L’ equilibrista


E’ difficile saper stimare e comprendere la grandezza del contributo che qualcuno ha apportato alla tua vita quando non
c’è nulla di simile a cui paragonarlo.

Vivevo la mia vita in modo che pensavo ideale e se non fosse stata capovolta perché potessi averne una visione migliore, non avrei mai saputo farlo da solo.
Pertanto la cosa che sento

di fare è: ringraziare chi ha contribuito a tutto ciò.
Il mio  primo ringraziamento và a mia figlia “Alice”!
Lei con la sua malattia, l’anoressia, mi ha aiutato a crescere, vedendo ciò che prima non riuscivo a vedere. Oggi “Alice” ha ventiquattro anni e da circa quattro anni, soffre di anoressia nervosa. E’arrivata a pesare 34 kg.
Non chiedetemi cosa prova un padre nel vedere piano piano “scomparire una figlia”. Vorresti scuoterla fortemente nel tenta

tivo di risvegliarla da un incubo. Provi un senso d’impotenza e di rabbia allo stesso tempo. Come un pendolo impazzito ti sposti da un’emozione all’altra, da uno stato d’animo all’altro appeso alla vita per un filo.
Amo mia figlia come me stesso!
Altro grande insegnamento appreso per merito suo, attraverso una dis-avventura chiamata anoressia, ho compreso che per “nutrire” mia figlia dovevo imparare a “nutrire me stesso”. Non solo di cibo ma anche di relazione, di vicinanza affettiva ed emotiva. Un nutrimento per l’anima e per il cuore.
Mi sono così scoperto affamato!
“Fame di senso nella vita”.
In preda alla disperazione, io e mia moglie, con la reale paura che “Alice” potesse morire, ci siamo rivolti all’associazione Amici di Paola Marcadella. Qui, oltre ad un lavoro diretto su “Alice”,  è stato proposto un sostegno ed un supporto anche a noi genitori. Ricordo di aver pensato: “Non ci siamo. Non siamo noi genitori ad avere un problema!”.
Quando si sta veramente tanto male ci si comporta come un animale ferito, difendendosi da tutto e da tutti, senza più distinguere colui che ci vuole aiutare da colui che ci ha fatto del male. Perciò all’inizio ho addirittura opposto resistenza a coloro che mi proponevano solo un sostegno, una mano tesa in mio aiuto.
Fortunatamente questo non ha scoraggiato le operatrici del centro che, con pazienza, hanno continuato a prestare la loro preziosa opera. Professionalità unita ad un tocco di umanità, mi hanno fatto sentire un genitore meno colpevole di manchevolezze e più consapevole delle proprie potenzialità oltre che dei propri limiti.
Attraverso il gruppo dei genitori, altro strumento di lavoro proposto, ho potuto assaporare momenti di condivisione e di ascolto consapevole, diventando a mia volta una persona più in ascolto.
Per imparare ad ascoltare bisogna prima essere ascoltati!
Il mio modo di relazionarmi con “Alice” è intimamente e profondamente cambiato. Non solo con lei.
Questa esperienza mi ha insegnato che se tu non ci sei, la Vita, prima o poi, ti viene a cercare!
Mi sono reso conto che nella vita mi ero un po’ “distratto”. Una distrazione durata circa vent’anni!
In quell’arco di tempo ho tanto lavorato… cercando di non far mancare nulla alla mia famiglia… Ho creduto ingenuamente che “fare” fosse sinonimo di “essere” e di “esserci”.
Ora mi rendo conto che non è così.
Ho imparato che essere padre è un “onore” oltre che un dovere.
Ho imparato che se “il lavoro nobilita l’uomo”, l’amore lo rende meraviglioso.
Ho imparato che un problema nella vita può essere visto come un’ opportunità.
L’anoressia non è una malattia da combattere, ma una “guarigione da conquistare”. Come un equilibrista, ho imparato a muovermi tra “l’amore, il dolore e la cura”.
“Alice” ora pesa 41 kg!
Gradualmente sta recuperando i chili persi.
Io, gli anni persi.
Grazie!

Un riconoscimento e un sincero ringraziamento và all’Associazione Amici di Paola Marcadella.
Grazie a te Guerrino e a tutta la tua famiglia per l’opera prestata. Un sentito “Grazie” all’Azienda Asl n° 3, ai dirigenti per aver permesso la continuità di quest’opera in un ambiente professionale, caldo e accogliente.

Un padre

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Testimonianza di Erica

 



 

 

 

L’anoressia, la bulimia e tutto quel mondo chiamato “disturbi alimentari” sono un grido di dolore. Un dolore che non sta solo nel corpo ma riguarda prima di tutto l’anima. Ho alcune immagini che si susseguono nella mia mente, che siano belle o brutte oggi non le posso giudicare. Di preciso non so da quanto tempo sia stato dentro di me tutto quel dolore ma so che quell’incubo ha preso forma più di sei anni fa. -“Erika tu vivi in un mondo fantastico!”- Quante volte me lo ripetevo, quante volte mi sono arrabbiata con me stessa perché il mondo non era come io volevo. Quante volte ho guardato in faccia i miei genitori e non sono riuscita a dirgli -“Io sono arrabbiata con voi! Io sono arrabbiata con me! Io sento di non essere capita!”-. Quante volte sono arrivata a scuola e l’unica cosa che ero in grado di fare era sedermi in silenzio nel mio banco, darmi la forza per studiare e imparare qualcosa, perché a me piaceva studiare ma, l’unica cosa vera che avrei potuto dire era   -“Questo è un mondo di ingiustizie!”-.

Eppure all’apparenza ero una ragazza bravissima, dolce, gentile, responsabile, forse un po’ troppo emotiva ma il provare emozioni, in teoria, non è un problema…invece per me lo è stato.

Nessuno intuiva che dentro di me c’era l’inferno. A 19 anni ero ridotta a fantasma. Non volevo dimagrire per sentirmi più bella. Io volevo scomparire per non sentire. Avevo troppa paura di stare a contatto con quello che provavo. Non ero in grado di gestire la mia sensibilità. Ero così arrabbiata che facevo una fatica tremenda a riuscire a spostare il mio punto di vista per trovare una soluzione alternativa. Non riuscivo a capire che per ogni problema c’è una via d’uscita.
Ricordo una sera di aver portato mia mamma ad una conferenza. Io non mi ero ancora resa conto di star male ma l’argomento era interessante e avevo voglia di ascoltare quello che si diceva. C’era la presentazione di un libro di un’associazione che era da poco nata.Era l’associazione “Amici di Paola Marcadella” e mai avrei immaginato che quel numero stampato in prima pagina avrebbe potuto servirmi. È stata una cosa inaspettata, nessuno avrebbe mai immaginato, tanto meno io. Nel frattempo ho continuato a coltivare le mie amicizie, ho preso la patente, sono stata operata, portavo a casa bei risultati da scuola, nel limite del possibile visto che non ho mai preteso l’eccellenza. La mia vita continuava ma lentamente tutto quel groviglio di cose che non dicevo mi faceva chiudere lo stomaco, aver meno voglia di sorridere, di uscire con gli amici, di fare sport e così, pian pianino, anche i chili se ne andavano.
Chi sta male è molto più forte delle persone sane. Talmente forte che ha la capacità di trascinarle con sé, di farsi aiutare nel mascherare la realtà e li rende incapaci nel gestire la situazione.
Ricordo ancora molto bene la frase di un’amica. Eravamo nel bagno di scuola, mi ha guardato negli occhi mentre io stavo piangendo e puntando dritta al mio cuore mi ha detto: “Erika, non so fino a dove vuoi arrivare, ma sono sicura che quando toccherai il fondo tirerai fuori le unghie e ti aggrapperai alla Vita”. Così è stato!
Nell’aprile del 2004 assieme ai miei genitori ci siamo rivolti all’associazione “Amici di Paola Marcadella”. Ricordo i primi incontri. Quanti momenti di silenzio. Quanta fatica facevo per andare. Quanto male mi faceva. Oggi ringrazio di tutto cuore Viviana e Loretta perché hanno avuto tanta pazienza. Hanno saputo aspettare e rispettare i miei tempi. Avevo paura. Immaginavo che loro fossero quei classici medici, per intenderci quelli con il camice bianco, e che mi dicessero che per star meglio bastava curarsi, prendere quella o quell’altra medicina. Fino a quel momento io non avevo mai chiesto aiuto in vita mia. Ecco di questo avevo paura perché io volevo star bene capendo quello che mi era successo e non passare attorno a tutto quel caos che avevo dentro. Con la stessa velocità con la quale c’ero finita dentro credevo anche di poterne uscire. Non è vero! È molto più facile entrarne che uscirne. Nell’associazione ho trovato un clima diverso rispetto a quello che attorno  a me percepivo. Mi faceva sentire serena. Nei loro occhi non c’era ombra di giudizio, di senso di pietà ma solo amore e tanta gioia. Comincia così il mio percorso durato circa quattro anni. Ho fatto terapia individuale e di gruppo. È così che ho cominciato a mettere apposto le cose con me stessa, a sistemare la mia rabbia e a gestire le mie emozioni. Ho imparato che se qualche volta urlo in faccia quello che mi fa star male non è poi la fine del mondo ma è solo un peso in meno da portare. Nel lavoro di gruppo ho capito che chi soffre di questi disturbi compie un atto di denuncia. È come se gridasse al mondo che nella sua vita c’è qualcosa che non va. Uso “è come” perché non lo si fa con le parole ma è il corpo che esprime questo disagio. Ho intrapreso così il mio viaggio. Il mio è stato tutto in salita. In ogni caso ognuno ha il proprio percorso da seguire. Ad esempio ho visto ragazze uscirne molto velocemente ed ero e sono felice per loro ma dentro di me pensavo -“chissà quando sarà il mio turno!”- Non è importante il tempo. Non sono importanti le cadute e i fallimenti. Ma ciò che conta è il credere e il volercela fare.
Assieme a me tutta la mia famiglia si è messa in gioco. La cosa più bella che mi è potuto succedere è stato il dono di due bellissime nipotine. Loro sono state per me il simbolo della vita. Grazie! Poi ho avuto degli amici favolosi. Alcuni sono rimasti al mio fianco, altri se ne sono andati. Ma ad entrambi sono grata. Non è facile stare vicino a chi gioca con la morte. Tra tutti questi amici ce ne sono alcuni a cui devo un grazie particolare. Beh non faccio nomi tanto son sicura che con il cuore lo capirete. Inoltre voglio ricordare Paola che con la sua morte ha fatto sì che Guerrino prendesse in mano una realtà che nelle nostre zone era davvero poco considerata. Oggi Paola è in cielo ma la sua forza nell’associazione è molto presente. Grazie a voi tutti: Guerrino, dott.ssa Ceccarelli, Foscarini e Borsato.
In tutto questo cammino ci vuole voglia di mettersi in gioco ma soprattutto costanza perché quando i nodi cominciano a sciogliersi, iniziano le difficoltà da affrontare ed è allora che è importante incominciare a lavorare.

Ora sto bene.

Guarire si può ma non voglio dimenticare perché a questa malattia devo tanto! Devo la Erika di oggi!!!